L’ultimo chilometro di Obama
Il segretario di stato americano, John Kerry, ha parlato ieri di un intervento militare “unbelievably small”, definizione che contrasta perfettamente con il minaccioso “expect everything” che il presidente siriano, Bashar el Assad, ha affidato a Charlie Rose della Pbs, a pochi giorni dalla chiacchierata minacciosa con l’inviato del Figaro. Ma la specifica di Kerry – che da Londra con tono retorico ha detto che l’America non muoverà guerra se Assad affiderà le armi chimiche alla comunità internazionale nel giro di una settimana: subito è stato preso alla lettera e costretto a sguinzagliare i portavoce per spiegare ciò che era ovvio – è una pietra d’inciampo sulla via di Barack Obama, che nelle ore in cui il Congresso è tornato al lavoro sta lanciando l’ultima offensiva mediatica prima delle votazioni decisive. Raineri Stavi parlando sul serio, Kerry?
6 AGO 20

New York. Il segretario di stato americano, John Kerry, ha parlato ieri di un intervento militare “unbelievably small”, definizione che contrasta perfettamente con il minaccioso “expect everything” che il presidente siriano, Bashar el Assad, ha affidato a Charlie Rose della Pbs, a pochi giorni dalla chiacchierata minacciosa con l’inviato del Figaro. Ma la specifica di Kerry – che da Londra con tono retorico ha detto che l’America non muoverà guerra se Assad affiderà le armi chimiche alla comunità internazionale nel giro di una settimana: subito è stato preso alla lettera e costretto a sguinzagliare i portavoce per spiegare ciò che era ovvio – è una pietra d’inciampo sulla via di Barack Obama, che nelle ore in cui il Congresso è tornato al lavoro sta lanciando l’ultima offensiva mediatica prima delle votazioni decisive. Nell’organigramma del gabinetto di guerra, Kerry ha occupato finora la posizione dell’appassionato interventista che denuncia l’“oscenità morale” del regime siriano ed evoca paragoni con il tragico appeasement europeo nei confronti di Hitler per rinvigorire il senso di necessità che la situazione impone. “Unbelievably small” è un segnale in controtendenza che ha fatto imbestialire i falchi – dire che l’operazione sarà incredibilmente piccola e limitata non è il modo migliore per mettere paura al tiranno che si vuole punire, osservano – e ha dirottato le discussioni di una giornata che, secondo il piano della Casa Bianca, doveva essere dominata dalle sei interviste televisive di Obama che introducono il gran discorso di questa notte dallo Studio ovale. E’ l’ultimo chilometro di Obama, l’ultimo sforzo presidenziale prima che i rappresentanti del popolo americano si esprimano sull’azione militare votata dalla commissione degli Affari esteri del Senato. Nel gioco dei depistaggi, dei ripensamenti e delle debolezze il presidente cerca di portare acqua al mulino di un intervento armato che, come ha scritto sul Financial Times Edward Luce, nella testa del commander in chief si sarebbe concluso già una settimana fa con “uno strike punitivo di 48 ore concentrato su 43 obiettivi sensibili già identificati”. Le defezioni nell’ipotetica coalizione dei volenterosi hanno indotto il ripiegamento di Obama verso una legittimazione da parte del Congresso, delega che il presidente può rivendere all’opinione pubblica come convinzione maturata alla scuola di legge di Harvard: nel 2008 diceva che “il presidente non ha il potere di autorizzare unilateralmente un attacco militare in una situazione che non implica la difesa della naziona da una minaccia imminente”.
Nella settimana del Congresso, Obama torna a occupare il sedile posteriore del grande comunicatore, l’artista della moral suasion che appronta un discorso dallo Studio ovale violando il canone linguistico e retorico costruito in oltre quattro anni di presidenza. Il leader empatico ricerca il corpo a corpo con il pubblico, vuole gli applausi che scandiscono il ritmo e magari anche le mani insanguinate di Code Pink per sottolineare il carattere liberal del suo governo; ricorrere al messaggio televisivo tradizionale è il segno che il comunicatore ha finito le opzioni e affronta alla vecchia maniera il pantano del Congresso. Ieri le Camere si sono riunite e il team della sicurezza nazionale di Obama ha fatto un briefing con i membri della Camera. Oggi è previsto il primo dibattito al Senato – che voterà per primo, forse già domani – ma trovare i sessanta voti per autorizzare l’azione militare non è facile. Soprattutto quando non sfugge nemmeno agli uscieri di Capitol Hill che il presidente non cerca legittimità costituzionale ma copertura politica, qualcuno con cui condividere le responsabilità di un attacco inviso all’opinione pubblica. Un sondaggio della Cnn dice che il 70 per cento degli americani è contrario a un intervento unilaterale e il 55 per cento non sarebbe d’accordo nemmeno se l’attacco fosse approvato dal Congresso. E, dettaglio rivelatore, l’80 per cento degli americani crede alle prove del governo sull’uso di armi chimiche da parte di Assad. Non c’è traccia dello scetticismo dei tempi dell’Iraq, semplicemente l’opinione pubblica americana tende verso l’isolazionismo e questo rende complicato per i senatori e i deputati votare senza fare un calcolo sul futuro della propria poltrona. Su cento senatori, soltanto 55 hanno fatto capire come voteranno sulla guerra: al netto delle sfumature si contano 32 favorevoli e 23 contrari. La strada di Obama verso quota sessanta è tortuosa.
Raineri Stavi parlando sul serio, Kerry?